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di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n.11 Inverno 05/06)
TRA GLI ABITI DEL MALE
“L’ umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via
tratta anche se stessa come un’umanità da buttar via”. Gunter Anders
Non sono mai le virtù ma i vizi a dirci quel che, di volta in volta, è l’uomo, scrive nel suo ultimo libro (“I vizi capitali e i nuovi vizi”, ed. Feltrinelli) il filosofo Umberto Galimberti. I vizi “capitali” fanno la loro prima vaga comparsa in Aristotele (“Etica di Nicomaco”) che li qualifica tra gli abiti del male e che, a suo avviso, al pari delle virtù, derivano da azioni che, iterate, formano in ogni soggetto una seconda natura che inclina in una determinata direzione. Sarà nel Medioevo Tommaso d’Aquino, nel “Summa theologiae”, ad elencare i sette vizi nella successione che ancora oggi conosciamo: ira, accidia, invidia, superbia, avarizia, gola, lussuria. Nell’Illuminismo invece, anche i vizi, come le virtù, concorrono allo sviluppo sociale ed economico degli individui e non più come semplice “deviazione morale”; essi risultano come espressione di specifiche tipologie umane, fuoriuscendo dal mondo ‘morale’ per approdare a quello ‘patologico’: non più vizi ma “patologie” dello spirito. A questo ambito di considerazioni Galimberti aggiunge i “nuovi” vizi (consumismo, conformismo, spudoratezza, sessomania, sociopatia, diniego, vuoto) che, a differenza di quelli capitali, non hanno storia, perché sono inediti e perché segnalano una sorta di dissolvimento epocale che investe, indiscriminatamente, tutti gli individui della nostra quotidianità e socialità. I nuovi vizi non sono personali ma tendenze collettive a cui non si può opporre resistenza, pena l’esclusione sociale. Perché parlarne allora? Si chiede Galimberti: per non scambiare come valori della modernità quelli che di fatto risultano essere disastrosi inconvenienti. Tra tutti, in tempi natalizi, colpisce la sua lucidissima analisi sul consumismo, sconosciuto dalle generazioni che ci hanno preceduto perché mette alla portata di tutti una serie di scelte personali un tempo riservate solo a pochi. Ma perché è un “vizio”? Perché genera un pensiero nichilista da farci credere che solo il consumo e la distruzione dei più svariati oggetti possano garantirci identità, libertà e benessere. Le merci hanno bisogno di essere consumate e, se il bisogno non è spontaneo, occorre che sia generato e indotto dalla pubblicità o da poteri di comunicazione occulti e subliminali, dunque più difficili da snidare. Nella società che viviamo l’identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti posseduti, che devono essere sostituiti secondo continui appelli alla loro stessa distruzione. La fine di ogni bisogno diviene, in quest’ottica circolare, il suo stesso fine; il non-essere di tutte le cose la condizione della loro esistenza. Nei tratti dell’economia consumistica tutto deve essere destinato alla sua prossima inutilizzabilità, la distruzione immanente alla produzione, il dissolvimento di ciò che è ancora materialmente utilizzabile diviene socialmente inutilizzabile. E questo non vale solo per le innovazioni tecnologiche e l’universo della moda ma anche, in modo inquietante, per gli armamenti. Il mondo diviene evanescente e con esso la nostra stessa identità, declinata sempre più all’apparire, alla rappresentazione di se stessa, priva di costellazioni etiche costanti e durevoli. Che fare dunque? Perché discuterne? Per essere quanto meno consapevoli che quest’elogio dell’impermanenza produce silenziose e devastanti disgregazioni interiori.
(disegno e copertina di Manuela Frisone) |