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EDITORIALE 10 PDF Stampa E-mail

di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n.10 Autunno 2005)

 

IN CHE LINGUA TRADUCE L'OCCIDENTE?

“Io fui già un tempo giovane e ragazza ed anche pianta e uccello
e muto pesce che salta fuori dal mare” Empedocle

Il legame tra linguaggio e storia del pensiero ha assunto, ed assume ancora, un valore assoluto nella filosofia occidentale, aprendo dilemmi tutt’ora irrisolti. Nominare vuol dire anche comprendere il fluire dell’esistenza, darle una forma, significato e senso? Oppure tra linguaggio, pensiero e realtà si snodano distanze incolmabili perché la vita scorre altrove ed oltre tutte le codificazioni possibili? L’opera più importante del linguista fiorentino Giovanni Semerano, recentemente scomparso, intitolata “Le origini della cultura europea” (ed. Leo Olschki, 1984) avanza un’ipotesi poco conosciuta, anche perché scomoda ai poteri delle accademie italiane, per aver messo in discussione l’origine indeuropea delle lingue mediterranee, per aver rintracciato nell’accadico-sumero gli idiomi delle antiche civiltà fiorite in Mesopotamia ed aver scoperto le influenze delle culture orientali sulla civiltà dell’Occidente. Una lettura coraggiosa e documentata che lo ha portato ad interpretare il significato di alcune parole chiave della filosofia occidentale e metterla in discussione, facendola in alcuni casi vacillare pericolosamente. In un altro testo intitolato “L’infinito, un equivoco millenario” (Mondadori, 2001) Semerano dimostra, per esempio, che la parola del filosofo Anassimandro, “apeiron” – che è la prima parola della filosofia greca e che è nata in Asia Minore – non vuol dire “infinito” o “indeterminato” come vogliono Platone ed Aristotele e, dopo di loro l’intera storia della nostra metafisica - ma semplicemente “terra”, “polvere”, “fango”, dall’accadico “eperu”, dal semitico “apar”, da cui l’ebraico “aphar”. Che accade dunque se filosofi illustri hanno speso molte pagine sul significato di questa e altre parole conferendo loro un significato “sbagliato”, con implicazioni filosofiche completamente differenti dalla modestia di questa nuove e rivoluzionarie etimologie? Gli esempi potrebbero continuare ma la questione resta aperta e torna ad una domanda capitale che si potrebbe porgere, di rimando, al filosofo tedesco Martin Heidegger, e con lui a tanti filosofi e filologi anteriori e posteriori: ma in che lingua traduce l’Occidente? E che valore può assumere una parola rispetto alle categorie ed alle costruzioni dei nostri pensieri senza che divengano costrizioni invece che autentiche aperture alla comprensione? Più volte il filosofo Umberto Galimberti ha additato proprio nell’etimologia della parola “comprendere”, così com’è concepita in Occidente, il suo stesso limite: cum-prendere vuol dire afferrare, imprigionare ed ha indicato nelle parole dell’Oriente una via più seducente della nostra: nel taoismo “wu-wei” significa lasciar andare, nello zen “wou-nien”, “hi-shiryo” è il pensiero “non pensato”, che non è “non-pensiero”. L’essere, dunque, lungi dal coincidere col pensiero se ne separa, lo lascia andare appunto. “Più vi appoggerete fermamente al suolo, meglio potrete allungarvi verso l’alto” ammonisce non a caso il maestro Kodo Sawaki perché “cio che è non può smettere di essere”.

(disegno e copertina di Vesna Benedetic)

 




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