Perché respiriamo come formiche?

Perché respiriamo come formiche?

Il problema della limitatezza del respiro

di Gianluigi Giacconi (psicologo)

HPIM0323.JPGI bambini sono messi al mondo negli ospedali con poca sensibilità. Viene tagliato loro il cordone ombelicale prima che i piccoli polmoni abbiano avuto il tempo di liberarsi dal fluido che li riempiva quando erano nell’utero, perciò il primo respiro del neonato è dettato dal panico e provoca un dolore lancinante perché i suoi tessuti delicati subiscono il violento ingresso dell’aria per la prima volta. La maggior parte delle persone porta le conseguenze di questo trauma e, inconsciamente, non cerca mai di respirare a fondo per paura di sperimentare nuovamente quel dolore. Inoltre, sempre da bambini, si è imparato che il fatto di essere pienamente vivi non è accettabile per gli adulti; il fatto di avere troppa energia crea problemi. Si è quindi imparato a limitare la vitalità limitando la respirazione, in quanto più profonda è la respirazione più le sensazioni e le percezioni sono amplificate… “Più respiro e più sento e più energia circola nel corpo, meno respiro e meno sento. Fin dalla più tenera età impariamo che quando qualcosa è troppo spaventoso o troppo doloroso, si può attutire la sensibilità di quel momento trattenendo il respiro, ottenendo un effetto quasi anestetico. Dunque, quando si deve bloccare una risposta spontanea nei confronti dell’ambiente esterno,  spesso mettiamo in atto due strategie di repressione e controllo: 

–         diminuire l’ampiezza della respirazione, in questo modo s’impedisce la produzione dell’energia necessaria a favorire l’espressione del sentimento o dell’emozione “non consentiti”

–         la seconda consiste nell’utilizzare un’energia uguale e contraria a quella che servirebbe per effettuare il movimento spontaneo. In questo secondo caso l’energia almeno uguale e contraria, viene indirizzata ai muscoli antagonisti e si inibisce così l’azione proibita, spendendo però, di fatto, moltissima energia e creando una corazza muscolare fatta di tensioni che si cronicizzato e di blocchi bio-energetici.

Se si incoraggiano i pazienti a respirare spontaneamente e profondamente si fa un lavoro inverso a quello fatto nel corso dell’infanzia, quando si è stati costretti a contrarre il respiro per inibire la voce, i suoni e i movimenti spontanei. La tecnica del respiro consapevole aiuta così ad elaborare situazioni emozionali bloccate spesso fin dalla nascita. Quando si rispondeva: “No” si veniva sgridati, se si piangeva veniva detto “non piangere, che fai soffrire la mamma”, se si pestavano i piedi veniva ordinato di stare fermi. Le tecniche di respirazione consapevole allora aiutano a superare molte situazioni che erano state represse e rimosse dalla coscienza; limitando invece la respirazione, si possono “spegnere” delle sensazioni e dei sentimenti che non sono o non erano in passato accettabili per il nostro ambiente. Quando si è arrabbiati si respira in un certo modo ma, se non si continua a respirare in quel modo, è pressoché impossibile riuscire a mantenere a lungo la collera. Così quando un attore vuole stimolare uno stato d’animo collerico, lo fa respirando in quel particolare modo. Lo stesso principio si applica a tutte le sensazioni e i sentimenti. Modificando quello schema di respirazione si può “spegnere” l’eccitazione come con un interruttore. Riuscendo a modificare la nostra respirazione nevrotica e condizionata è possibile non solo sbloccare ed imparare a gestire proficuamente tutte le nostre emozioni ma è una via concreta alla modificazione del carattere. Quindi se è vero che ogni emozione modifica il nostro modo di respirare, è logico pensare che, se sappiamo come agire consapevolmente sull’inspirazione e l’espirazione, si può imparare ad agire concretamente sulle nostre emozioni e sentimenti. Tutti regolano costantemente il proprio comportamento con la respirazione, in modo inconscio, automatico; questo tipo di autoregolazione ha senza dubbio i suoi vantaggi e aiuta efficacemente a sopravvivere: protegge contro il dolore, la paura, la collera, o l’eccitazione sessuale eccessiva, ma finisce per reprimere tutto quello che cerca di svilupparsi nell’essere umano (un desiderio eccessivo d’amore, un piacere esagerato nell’essere vicino a qualcuno di speciale, troppa gioia per il semplice fatto di essere vivi). Ci si sistema quindi in una gamma molto ristretta di esperienze, rinunciando a rischiare le conseguenze di un fluire libero delle sensazioni e della consapevolezza.

Proprio come si è usato il respiro per reprimere i sentimenti, respirando in un certo modo si può nuovamente accedere a parti oscure e nascoste della psiche, e riportarle alla coscienza. Questi sentimenti non se ne sono andati, sono stati semplicemente sepolti: non riconosciuti, non sperimentati e rifiutati, continuano a vivere spesso al di fuori del nostro controllo. Le vecchie paure, le vecchie ferite, i vecchi risentimenti dell’infanzia continuano indirettamente a infestare le esperienze di vita, sabotando le nostre buone intenzioni di cambiamento. Con la respirazione consapevole, questi sentimenti sepolti cominciano a tornare a galla in modo da poter essere affrontati con una visione adulta e matura per essere così risolti, elaborati e guariti.

Si può lavorare con calma per risolvere questi sentimenti accumulati, sperimentarli, osservarli mentre vengono vissuti, e infine lasciarli andare. Se le esperienze reali dolorose non ci hanno distrutto, permettersi di riviverle da grandi non ci ucciderà, anzi aumenterà il nostro essere vivi e sensibili. Finalmente si diventa liberi di vivere esattamente quello che accade in ogni momento. Arriva la collera: si può notarla, sperimentarla e poi osservare come sparisce con il respiro successivo, o decidere di usarla canalizzandola costruttivamente, così non c’è accumulo, non c’è ritenzione. Respirare profondamente mentre si attraversa un’esperienza spaventosa la trasforma in un’avventura di autocoscienza, potendola così gestire invece di esserne gestiti. Non può esistere ansia o angoscia (parola derivata dal latino angere = stringere) senza un blocco respiratorio con fenomeni di ipossia e, conseguentemente, di iperventilazione. Se controllo il respiro e lo riesco a rendere lento, profondo e consapevole, l’ansia viene a mitigarsi ed è gestibile, anzi può diventare eccitante. Si può facilmente constatare questo principio nella propria esperienza: ansietà + ossigeno = eccitazione; come quando andiamo sulle montagne russe. Man mano che si diventa coscienti dei processi del corpo, si impara a diventare coscienti dei processi dei pensieri e dei sentimenti, istante dopo istante, attraverso la consapevolezza del respiro. Più sono padrone del mio respiro, più divento padrone dei miei flussi di pensiero. Con la respirazione consapevole diventerò sempre più il burattinaio e non il burattino di me stesso e delle mie reazioni.